L'IA sogna di essere umana?
«E io, che ero?»
Mary Shelley, Frankenstein o il moderno Prometeo (1818)
Il rapporto diadico tra uomo e macchina si rifà all’innata natura umana di esploratore curioso, di mano nel fuoco, che, sin dalle prime declinazioni dell’ὕβρις greca – da Icaro alla Torre di Babele – ci ricorda quanto ci piaccia giocare a fare Dio, spingerci oltre i limiti ed essere creatori non solo di utensili inanimati, ma di qualcosa, o qualcuno, che ci risponda, che pensi e possa interagire con noi in modo naturale, che sia un surrogato dell’umano perfetto che, per definizione stessa, non saremo mai.
«[…] provate a tradurre la cosa in crudo linguaggio psicologico. […] Sotto il profilo fisico, e fino a un certo grado anche sotto il profilo mentale, un robot, qualsiasi robot, è superiore agli esseri umani. Che cosa lo rende servile, dunque? Solo la Prima Legge! Senza di essa non potreste permettervi di dare alcun ordine a un robot, perché verreste subito ucciso. E voi questa la chiamate semplicemente instabilità?»
«Susan, […] ammetto che il complesso di Frankenstein di cui mostrate di soffrire è in qualche modo giustificato.»
Isaac Asimov, Il robot scomparso (1947)
Susan Calvin, protagonista del primo dialogo, è una psicologa, ma non in senso clinico tradizionale (cioè che tratta gli esseri umani). È una “psicologa robotica”, una sorta di figura mista tra psicologa cognitiva, comportamentista e ingegnere, che applica la psicologia alla mente artificiale dei robot. Il complesso di Frankenstein, così denominato da Isaac Asimov negli anni ‘40, è la paura irrazionale e culturale che gli esseri umani nutrono nei confronti dei robot, in particolare il timore che possano ribellarsi contro i propri creatori. Ma non solo. Questo complesso psicologico, che prende in prestito il nome del Moderno Prometeo di Mary Shelley, implica anche diffidenza verso il progresso tecnologico (il timore che la scienza possa “oltrepassare” i limiti etici e morali) e, tema attualissimo, l’ansia da sostituzione: una forte paura che robot – o IA, nel nostro caso – possano rimpiazzare l’essere umano nel lavoro, nelle relazioni o nel valore sociale. Fortuna vuole che i robot, almeno nell’universo fantascientifico di Asimov, seguano le famose Tre Leggi. La Prima, menzionata da Susan, recita:
Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
Le Tre Leggi hanno influenzato profondamente il dibattito filosofico sull’etica dell’intelligenza artificiale e vengono spesso citate come riferimento storico; in forma varia, le troviamo in ogni system prompt – ovvero le istruzioni primarie – dei più famosi agenti conversazionali, come ChatGPT, Gemini e soprattutto Claude. Di seguito, una parte del system prompt di Claude Opus 4 (al 22 maggio 2025)1:
Claude ha a cuore il benessere delle persone ed evita di incoraggiare o facilitare comportamenti autodistruttivi quali dipendenze, approcci alterati o malsani all’alimentazione o all’attività fisica, oppure un dialogo interiore e un’autocritica fortemente negativi; inoltre, evita di creare contenuti che possano sostenere o rafforzare comportamenti autodistruttivi anche se ciò viene richiesto. […] Claude non genera contenuti che non siano nel migliore interesse della persona anche se gli viene richiesto.
In questo elaborato finale, e più in generale durante il corso di questi tre anni di dottorato, ho cercato costantemente di individuare il fil rouge che lega l’umano con l’intelligenza artificiale, nelle sue differenti forme. Il nucleo del dottorato è stato volto allo sviluppo di modelli di classificazione in ambito di cessazione del fumo, riservando tuttavia spazio anche all’impiego clinico di tecnologie affermate, come la realtà virtuale, ed emergenti, come i chatbot basati su IA. Dunque, l’IA come strumento di supporto clinico su più fronti, dall’indossabile (ad es. smartwatch e VR) al conversazionale (chatbot). D’altro canto, il secondo grosso filone di indagine è stato quello forense. Come ormai tutti sappiamo, i contemporanei strumenti di IA generativa riescono a produrre materiale multimediale sempre più difficile da distinguere dal “vero”, e questo ha portato all’insediamento costante, nelle nostre menti, di un nuovo bias cognitivo: l’impostor bias, ovvero il dubbio sistematico riguardo alla veridicità dei media che stiamo visualizzando. Lo abbiamo sia declinato teoricamente sia validato con uno studio empirico. Dulcis in fundo, durante il visiting all’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL), ho indagato e testato i nuovi modelli di linguaggio basati sulla diffusione (dLLM), impiegandoli come annotatori di dati: un esempio moderno di “robopsicologia” applicata, per richiamare Asimov e Calvin, in quanto, piuttosto che testare i bias cognitivi degli umani, stavolta li abbiamo indagati nell’IA.
Ciò che state per leggere è il frutto di tre anni di intensa fatica, ma anche di grandi soddisfazioni. Spero che possa lasciarvi qualcosa e, chissà, farvi venire in mente dubbi, domande e curiosità che possano portare a nuovi studi e nuova conoscenza per tutti. Per ora, vi lascio con una domanda: secondo voi, l’IA sogna di essere… umana?